È ancora possibile diventare giornalisti in Italia? Esperienze di vita utili per non farsi fregare

Prima di lavorare veramente all’interno di varie redazioni e di testate giornalistiche, ho faticato da morire per trovare e ritagliare la mia minuscola fetta di torta fatta di sogni, pianti, e spesso anche di delusioni.

Infatti, negli ultimi anni, più o meno con lo stesso ardore, mi sono fatta coraggio e ho chiesto a numerosissime testate giornalistiche di poter collaborare con loro. Naturalmente, la maggior parte di queste non ha risposto. Nulla di assurdo, fa parte del gioco. Sì, probabilmente sarebbe stato meglio presentarsi con un articolo incredibilmente efficace oltre a sciorinare una lista infinita di corsi, titoli, lauree talmente lunga che farebbe sbadigliare persino il professore di diritto privato più soporifero del mondo, però mi sentivo preparata, pronta per affrontare il lavoro all’interno di una redazione.

Alcuni hanno risposto alla mia richiesta, che via via si faceva sempre più disperata. Il più “onesto” (cioè uno che non voleva portarmi a cena fuori o chiedere gratuitamente la mia manodopera per un festival del cinema da lui organizzato perché forse un giorno mi avrebbe fatto entrare al tg di La7 dove lavorava), è stato un giornalista professionista che in cambio di 10 articoli al giorno per il suo nuovissimo giornale online (“tranquilla, a me servono notizie di gossip per fare visualizzazioni, ci metti 5 minuti”), mi avrebbe concesso di utilizzarlo come lasciapassare. In due anni gli avrei dovuto dare 2000 euro e lui quei soldi li avrebbe più o meno diligentemente versati nel mio conto corrente, a suo nome, così lo Stato avrebbe visto che sì, era una persona onesta e che sì, io stavo collaborando con una testata giornalistica incredibilmente pagante. 

Come scoprii più tardi, anche scrivere notizie leggere non richiede MAI 5 minuti.

Rifiutai, seppur con quale remora: il tesserino lo volevo. Volevo essere riconosciuta per quello che sentivo dentro e che volevo essere. Presa da dubbi amletici feci persino un master in giornalismo, per capire se effettivamente quello sarebbe potuto diventare il mio posto nel mondo. Sì, confermo che fosse la mia vocazione, volevo fare proprio quello. 

Rifiutai sempre le proposte non propriamente legali o nelle quali potevano crearsi situazioni a me scomode, perché sono convinta che se devo andare a fare un lavoro che include soprattutto il racconto della realtà e di quello che succede, non posso cominciare con una bugia. Il tesserino me lo sarei guadagnato, con le ore del mio lavoro e avrei anche affinato la mia tecnica con l’aiuto di giornalisti competenti, non concentrati unicamente in cose che non mi interessavano. Che ansia. 

“Purtroppo questa non è una testata giornalistica” – “Non potrai vivere di questo” – “L’editoria è in crisi” – “La carta stampata non conta più niente” – “Sei capace a scrivere in ottica SEO?” – “Le cose sono cambiate dagli anni ‘90” – “Sì, ma non ti pago”.

Quante volte abbiamo sentito queste frasi, pronunciate con disillusa fatalità, a sottolineare un fenomeno inevitabile, ovvio e immutabile?

Ho sempre saputo di voler diventare giornalista. Per questo, non mi sono mai data per vinta, e ho preso spunto da chi il tesserino già l’aveva: ho creato un portfolio che racchiudeva le mie collaborazioni, ho scritto una lettera a numerosissime testate giornalistiche esplicando le mie competenze le mie aspirazioni e di quanto fossi brava a lavorare in team e a risolvere i problemi nonché a girare video e a scrivere 200mila parole al secondo, ma la fortuna non girava dalla mia. 

Quell’estate lavoricchiavo saltuariamente, ma le mie finanze piangevano e soprattutto non stavo scrivendo per una testata giornalistica. Ero disperata. In un torrido pomeriggio di fine luglio venni contattata telefonicamente con una proposta ghiotta: seguire le partite della squadra della mia città, la Ternana, redigere un articolo alla fine di ogni partita e la relativa pagella. 

“Mi confermi che in questo modo dopo due anni di collaborazione posso ottenere il tesserino da giornalista?” – incalzavo, per avere la certezza di non stare sognando.

“Certo, c’è la possibilità” – rispondeva il ragazzo con voce ferma dall’altra parte del telefono – “Ti mando una mail con tutte le specifiche”.

Era fatta. Già immaginavo me, come Bruno Pizzul, commentare la partita, i tocchi della palla, i goal, le urla dagli spalti. E osservare tutto finalmente come una vera cronista. Finalmente. 

Passai un paio d’ore, a bordo piscina, a controllare di tanto in tanto la mail. Finché non arrivò. E con lei l’amara verità. Il messaggio conteneva due documenti: il primo, che ho letto piuttosto velocemente, raccontava in una pagina pdf la storia di quella testata, il progetto per l’anno calcistico a venire e blablabla. Il secondo documento, ben più interessante del primo, recava il titolo: INCENTIVI MOTIVAZIONALI PER GLI INVIATI. 

Purtroppo non sono un’ingenua e avevo già capito che il castello mentale che mi ero fatta si stava sgretolando come quando una pallonata colpisce una torre di sabbia. 

Avevo già accettato il lavoro, ero già entusiasta, di quali incentivi motivazionali avrei avuto bisogno? Cosa mi stavano nascondendo? Proseguii nella lettura, con gli occhi socchiusi come quando vai a cercare asparagi, alla ricerca della fregatura.

Era una lista alfabetica. Al primo punto veniva sottolineato, come incentivo, il fatto di ricevere l’accredito per le sole partite casalinghe (e quelle in trasferta?), diventando in automatico il referente principale della zona. Il fatto di essere referente veniva sottolineato orgogliosamente al punto c, mentre al punto d si parlava di -cito testualmente- “visibilità e prestigio”. Io non sono un’assidua frequentatrice dello stadio di Terni, ma sapendo di non stare alla finale della Champions League mi sembrava una sbrodolatura inutile e uno specchietto per allodole. 

Il punto g dell’elenco recitava quello che avevo chiesto all’inizio, ma era “possibilità” e non certezza, di iscriversi all’Albo dei Giornalisti dopo due anni di collaborazione. Mi sembravano sempre più chiare le parole scelte dal ragazzo col quale avevo parlato al telefono poco prima. Mi sentivo presa in giro e non potevo tollerarlo.

Il punto h, abbastanza irrilevante e inserito unicamente per fare numero, era sull’orma del punto e, descriveva semplicemente i compiti che avrebbe dovuto fare l’inviato in qualità di giornalista. Tutt’altro che un incentivo, sarebbe stata un’espletazione ordinaria del mio lavoro.

Nel punto i si comincia a parlare di soldi. E qui arriva il bello. Tra gli incentivi vari, il nome dell’inviato avrebbe avuto l’onore di figurare in un Almanacco, guadagnando la bellezza di un euro a copia venduta. Il tutto non prima di aver raccolto 1500 di pubblicità, la metà dei quali sarebbe comunque andata all’inviato, che ora, nel punto i, è chiamato infelicemente procacciatore.

Mi fermo per una piccola riflessione. La Ternana è una squadra di serie C e facendo qualche ricerca, il famoso procacciamento di pubblicità non è così semplice come appare. Mi spiego meglio: se ho un’attività a Terni e provincia, mi conviene spendere del denaro per farmi pubblicità per un sito che su facebook conta 10.911 seguaci e su instagram appena 134? 

Alla base di tutto, per un giornale online che vanta una carriera di oltre 30 anni e 20 di sito, che si fregia di ricevere oltre un milione di visualizzazioni al mese, perché mai dovrebbe chiedere ai propri inviati, con una preparazione prettamente giornalistica, di “procacciarsi” pubblicità? Ci sono figure preposte a questo tipo di lavoro, molto più preparate e brillanti di me. 

Senza contare che Terni sta vivendo un periodo di crisi imprenditoriale molto forte. Nel 2018, stando ai dati statistici del comune, a fronte di 695 nuove imprese, ben 1219 hanno chiuso i battenti, la maggior parte delle quali proviene proprio dal settore del commercio, che sarebbe stato quello che più mi sarebbe interessato contattare se avessi accettato di aderire a questo infimo gioco. 

Terni è anche una città dove il reddito medio ammonta a circa 20 mila euro, più basso rispetto a quello nazionale. Quindi per favore, lasciamo in pace i ternani. 

Con i brividi lungo le spalle, proseguo la lettura.

Se quella lista era talmente motivazionale che non aveva fatto altro che scoraggiarmi, l’ultima frase mi ha portato addirittura a pensare di lasciarla proprio perdere la storia del giornalismo. Il punto k dell’elenco è quello che ha definitivamente distrutto tutti i sogni che nel frangente di un’ora avevo fatto. Si sa, il tempo del sogno corre a una velocità decisamente minore di quello della realtà. E mentre al punto h mi ero abbassata a pochi metri da terra, col punto k sono letteralmente sprofondata. 

La famigerata lettera k degli incentivi motivazionali dedicati esclusivamente agli inviati recitava, perentoria: Se l’Inviato procaccerà almeno 200 euro di sponsor pubblicitario (da inserire nel libro, sia esso eBook che cartaceo, ma anche sul sito che vanta circa un milione d’utenti attivi al mese) nel corso dell’anno accederà a: versamento entro 15gg del 50% della cifra totale della pubblicità, e la somma delle spettanze derivanti dal rimborso spese per partita seguita (7.50 lordo a partita).

Nella mia esperienza di content editor ho lavorato sui dati di fruizione del sito, per analizzare i comportamenti degli utenti, le keyword principali di ricerca e ho studiato la tecnica di scrittura SEO. Ho sempre avuto un amore malato per l’analisi dei dati. Basta andare su piattaforme di misurazione del traffico per capire che il sito in questione non vanta circa un milione d’utenti attivi al mese: 

  • Nel giugno del 2019 c’è stata una frequenza di 242 mila utenti
  • Da gennaio il picco di utenza si è elevato solo a marzo (cioè quando il campionato stava finendo e molti giocavano le schedine) superando appena i 500 mila utenti

Ma poi, quel verbo orrendo. Procacciarmi? Il termine mi è stato antipatico fin da subito. I nostri antenati si procacciavano il cibo quando uscivano dalle loro capanne, i leoni si procacciano la loro gazzella quotidiana, Oliver Twist si procacciava il pane. Perché devo procacciarmi qualcosa che in fondo non dovrei fare? L’unica cosa che avrei dovuto procacciare sarebbe stato un articolo dal mio cervello. 

Per la legge italiana, il tesserino da giornalista viene concesso, secondo la legge n.69 del 1963, a chi effettivamente svolge attività giornalistica consecutivamente per due anni. In poche parole, se stai scrivendo per un sito devi controllare che in fondo ci sia scritto “testata giornalistica registrata al tribunale di” e il nome della città. Trascorso questo lasso di tempo, si fa richiesta di ottenimento del tesserino all’ordine dei giornalisti della regione di residenza. Nel mio caso è l’Umbria. Per diventare giornalista pubblicista devo aver pubblicato almeno 80 articoli nei quotidiani, almeno 70 per i settimanali, 60 per i quindicinali e 30 per i mensili. Inoltre dovrei attestare che in due anni la retribuzione sia stata continuativa e che io abbia percepito minimo 900 euro. 

Tutto questo va assolutamente a cozzare con quanto stabilito dalla lettera k. Non solo, tutto questo vanifica anche il punto g, ossia la possibilità, la lontana parvenza di poter diventare giornalista. 

Era tutta una farsa. E il bello, per quanto mi riguarda, era che non si trattava neanche della prima volta. E proprio perché ritengo questo livello di approssimazione davvero seccante che mi chiedo quanti aspiranti giornalisti come me sono dovuti sottostare a queste regole per ottenere il tesserino. 

Inoltre, nel documento non si parla mai di retribuzione per l’articolo ma di pubblicità, di marketing, di procacciamento, di spot. Non si parla di sport se non con una vena squisitamente economica, finalizzata al guadagno e all’ottenimento di qualche decina di euro da parte di un fornaio, di un commerciante, di un macellaio, di chiunque possieda un’attività. 

Sedevo a bordo piscina col telefono tra le mani, le gambe toccavano l’acqua fresca, ma in questo scenario idilliaco stavo gradualmente perdendo la mia tranquillità. Delle domande mi frullarono per la testa. Chi presterebbe del denaro per fare questo? Con quale coraggio sarei andata dalle persone a chiedere unicamente soldi per il mio articolo, per un sito che non arriva neanche a toccare 600mila utenti mensili? Quante bugie avrei dovuto inventare per ottenere 1500 euro di sponsor? Ma poi come si fa? Sarei stata io stessa in grado di vendere la mia integrità, la mia onestà e la mia faccia in cambio di una possibilità latente e neanche certa? Voglio diventare giornalista pubblicista o una procacciatrice? Voglio raccontare la verità o fregare il prossimo? È davvero così che voglio iniziare?

Io non ci sto. Immediatamente chiedo spiegazioni, sperando di aver capito male, di essermi sbagliata. Ricevo una chiamata dove il ragazzo alle mie domande non fa altro che rileggere il paragrafo e chiamarmi “procacciatrice”. 

  • Quindi, fammi capire, dopo due anni il tesserino come lo ottengo?
  • Come ti ho già detto, la parte economica è strettamente legata alla pubblicità. 

Ed è proprio in quel preciso istante che persi definitivamente la calma e con lei ogni altra speranza di varcare le porte del paradiso. 

  • Guarda, sto facendo il possibile per non arrabbiarmi, ma ti sembra normale proporre una cosa del genere? Io non voglio lavorare in questo modo. 
  • Senti, dai lasciamo perdere. Ciao.

Ed è proprio qui il punto. Non lascio perdere. 

La comunità online pone una forte enfasi sul marketing,. Come ho capito più tardi, c’è marketing e marketing, e comunque non me ne dovrei occupare personalmente perché a) è un altro tipo di lavoro b) non ne sarei in grado. Come aspiranti giornalisti, ci viene detto di essere attivi sui social media, di costruirci un blog, di trovare modi per portare il nostro lavoro di fronte a un nuovo pubblico e di sentirci a nostro agio nel venderci. Linkedin stesso è una piattaforma dove non si cerca lavoro, ma si fa personal branding. Per questo il tuo profilo deve essere sempre aggiornato. Bisogna sempre presentarsi nel modo migliore per risultare appetibili, o per usare un termine che va di moda, “sexy”. 

Ci sono centinaia di video su come presentarsi, come fare bella figura, come far vedere che siamo bravi a fare qualcosa e soprattutto dobbiamo essere in grado di quantificare numericamente questa bravura. 

Credo che focalizzarsi sull’apparire sia controproducente per il lavoro che stiamo creando. Nessuno comprerà un prodotto scadente ben commercializzato. La maggior parte del nostro tempo dovrebbe essere investita nella scrittura, perché è questo che abbiamo deciso di fare. Per il marketing esistono fior fiore di professionisti con capacità che aiutano il giornalista a pubblicizzare il sito per il quale lavora.

L’unico sforzo che ho intenzione di fare è lavorare di più per affinare la penna e far sì che, in un secondo momento, si generi il traffico di visualizzazioni, ricevendo commenti sinceri da lettori appassionati e persone a cui piace veramente il lavoro che faccio.

Davvero avrei venduto i miei articoli per un po’ di pubblicità? La risposta non è marketing. Non lo è mai stato. Il marketing è un validissimo alleato quando hai un prodotto che vale. Per questo è utile continuare a promuovere online il proprio sito e massimizzare i propri impegni pubblicizzando i contenuti, ma non deve diventare il punto principale. Il sito che mi ha proposto di fare marketing, ma che in realtà si occupa di calcio, ha totalmente perso di mira il pallone. 

Quando le persone leggono con piacere i tuoi contenuti realizzati con duro lavoro, perseveranza e impegno assoluto, ti supporteranno. E lo faranno non perché li hai ingannati usando clickbait o perché spammi, non perché si sono imbattuti solo nella tua storia Instagram sponsorizzata, e certamente non perché hai raccontato bugie per ottenere 200 euro di sponsor. 

Stiamo affogando in un mare di mediocrità, e la salvezza è rimanere integri. Ma anche senza tesserino da pubblicista. 

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