L’assurda storia del Fashion Cafe di New York

Fashion cafe new york

Sembra strano, ma questa storia non è ambientata in Giappone. Negli anni ’90 sembrava che i ristoranti a tema stessero conquistando ogni grande città. Infatti, abbiamo visto la nascita di un ristorante a tema intrattenimento, che nessuno ormai ricorda.

E nessuno ricorda il Fashion Cafe, volontariamente insignito dell’effige della damnatio memoriae, perché è stato uno dei più grandi errori di marketing di tutti i tempi. “La connessione tra modelli e cibo non era ovvia, e la ‘moda’ non era un tema che faceva sentire la gente affamata”, ha scritto Matt Haig nel suo libro del 2011 Brand Failures.

Come è cominciata

Ma andiamo con ordine. Il Fashion Cafe, nato nel 1995 a New York, era un ristorante “haute couture”, che è stato fondato dai tristemente noti Francesco e Tommaso Buti, i due fratelli che se provaste a fare una ricerca su google troverete solo notizie vedete di loro due invischiati in truffe di denaro, bancarotta fraudolenta, riciclaggio eccetera, insomma, dei tipetti in gamba.

Inizialmente il Fashion Cafe era guidato dalle super modelle Naomi Campbell, Elle Macpherson, Claudia Schiffer e Christy Turlington. Incredibile solo a pensarlo.

Il problema principale è che gli anni ’90 e soprattutto le modelle degli anni ’90 non erano proprio sinonimo di cibo. Non esistevano ancora i concetti di bodypositive, accettazione del proprio corpo, le modelle che dovrebbero essere differenziate in varie tipologie di fisico. No. La modella anni ’90 era una ed era inarrivabile, era eterea, divina, era una donna con un corpo da urlo, e ad avere quel corpo da urlo negli anni ’90 erano loro 4. Il loro ruolo in quel periodo storico era veramente incredibile, mai prima di allora le modelle avevano avuto così tanto appeal, così tanto potere: è con loro che il concetto di supermodelle prende vita.

Esteticamente, il Fashion Café era puro kitsch. Il suo ingresso aveva la forma di un gigantesco obiettivo della macchina fotografica e la sala da pranzo aveva vetrine su vetrine di cimeli della moda come il reggiseno a cono di Jean Paul Gaultier di Madonna.

Ma a parte queste caratteristiche, avrebbe potuto essere qualsiasi altra tavola calda. C’erano stand e murales con i cliché della Grande Mela come il Chrysler Building. Il suo menu era lungo sette pagine e semplicemente schiaffeggiava i nomi delle top model su hamburger, patatine fritte waffle, pizze, insalate e bistecche altrimenti normali. Niente di che.

All’inizio andò bene

Le supermodelle erano i volti, ma il piano aziendale era in realtà tutto incentrato sull’accessibilità. “Con qualcosa del genere, non si può andare troppo a fondo nella moda”, aveva detto l’allora 28enne CEO Tommaso Buti. “Il pubblico non è così istruito e non così interessato. Vogliono vedere di più il glamour e l’intrattenimento della moda “. Secondo Buti, quello che volevano davvero era mangiare un hamburger col nome di una modella in compagnia di cimeli di moda sempre meno collezionabili.

Per le celebrità però, era una storia diversa. Il Fashion Café aveva anche un lato esclusivo, come luogo per feste esagerate che aveva ospiti come Prince.

L’inaugurazione del Fashion Café è stata il momento clou della settimana della moda di quella stagione. Gianni e Donatella Versace, Tyra Banks, erano tutti nella lista degli invitati. È stato l’unico evento non sfilata che la House of Style di MTV si è presa la briga di coprire.

Le cose inizialmente andarono benissimo. Il “ristorante a tema pacchiano per turisti”, come lo descrisse amorevolmente Christy Turlington, si espanse in altre sette località mondiali comprese Londra, Giacarta e New Orleans. Che dire, il Fashion Cafè stava conquistando il pianeta.

Ma

Dietro le quinte fatto di junk food e modelle dal fisico pazzesco, i fratelli Buti avevano un po’ di problemi. All’inizio si trattava di sciocchezze e comunque quattro delle migliori top model del decennio distraevano facilmente il pubblico dalle cause legali sui diritti d’autore sul nome del ristorante. Nel 1998 però non era più così. I Buti non pagavano tasse, affitto, e il governo se n’era accorto. Nel frattempo, Tommaso Buti stava facendo notizia per aver speso 20.000 dollari per la sua festa di compleanno e per affittare un appartamento che costava 25.000 dollari al mese.

Quell’anno, l’originale Fashion Café chiuse. A dicembre, Tommaso Buti affrontò cause legali per un totale di 15 milioni di dollari. Si è accontentato di 350.000 milioni di dollari (e ha festeggiato con Donald Trump –off topic: sapevate che è stato lui a presentargli Melania??). Le povere Naomi Campbell e Ellie Macpherson accusarono Tommaso Buti di aver rubato 10.000 dollari al giorno. Ma lui e Francesco avevano preoccupazioni molto più grandi: nel 2000, furono arrestati e incriminati per 51 capi di imputazione federali, tra cui frode, riciclaggio di denaro e cospirazione. Naomi e Ellie potevano un attimo aspettare.

Un epilogo moderno

Nei suoi primi quattro mesi, il Fashion Café avrebbe venduto più di 28.000 magliette. Due anni dopo, il negozio di articoli da regalo stava ancora andando forte, arrivando primo nell’elenco del Times di “Ristoranti dove il contorno è una maglietta”. Ogni tanto, uno di loro riappare, spuntando su Depop. Evitabilissimi.

Se non fosse per la cattiva gestione dei fratelli Buti, il Fashion Café esisterebbe ancora oggi? Probabilmente no. Da allora le modelle, soprattutto anche influencers, hanno imparato l’arte di trasformare un marchio personale in un redditizio lavoro collaterale o in una centrale elettrica senza scopo di lucro. (Turlington tra loro: ha fondato Every Mother Counts nel 2010, cosa che ha ispirato Karlie Kloss a lanciare Kode With Klossy nel 2015).

Eppure, ci potrebbe essere un ritorno per un crossover moda-turismo. Dovremo aspettare fino a dopo la pandemia per vedere se Tyra Banks ha più fortuna con il suo parco a tema ispirato a Disneyland, dove “chiunque può entrare e sentirsi una modella”.

Cosa fanno oggi i fratelli Buti?

Bella domanda. Tommaso, descritto da diversi giornali nostrani playboy fiorentino, è stato appena accusato di bancarotta insieme al fratello Francesco. Tommaso, è stato condannato a cinque anni e dieci mesi, Francesco a quattro anni e mezzo.

È ancora possibile diventare giornalisti in Italia? Esperienze di vita utili per non farsi fregare

Prima di lavorare veramente all’interno di varie redazioni e di testate giornalistiche, ho faticato da morire per trovare e ritagliare la mia minuscola fetta di torta fatta di sogni, pianti, e spesso anche di delusioni.

Infatti, negli ultimi anni, più o meno con lo stesso ardore, mi sono fatta coraggio e ho chiesto a numerosissime testate giornalistiche di poter collaborare con loro. Naturalmente, la maggior parte di queste non ha risposto. Nulla di assurdo, fa parte del gioco. Sì, probabilmente sarebbe stato meglio presentarsi con un articolo incredibilmente efficace oltre a sciorinare una lista infinita di corsi, titoli, lauree talmente lunga che farebbe sbadigliare persino il professore di diritto privato più soporifero del mondo, però mi sentivo preparata, pronta per affrontare il lavoro all’interno di una redazione.

Alcuni hanno risposto alla mia richiesta, che via via si faceva sempre più disperata. Il più “onesto” (cioè uno che non voleva portarmi a cena fuori o chiedere gratuitamente la mia manodopera per un festival del cinema da lui organizzato perché forse un giorno mi avrebbe fatto entrare al tg di La7 dove lavorava), è stato un giornalista professionista che in cambio di 10 articoli al giorno per il suo nuovissimo giornale online (“tranquilla, a me servono notizie di gossip per fare visualizzazioni, ci metti 5 minuti”), mi avrebbe concesso di utilizzarlo come lasciapassare. In due anni gli avrei dovuto dare 2000 euro e lui quei soldi li avrebbe più o meno diligentemente versati nel mio conto corrente, a suo nome, così lo Stato avrebbe visto che sì, era una persona onesta e che sì, io stavo collaborando con una testata giornalistica incredibilmente pagante. 

Come scoprii più tardi, anche scrivere notizie leggere non richiede MAI 5 minuti.

Rifiutai, seppur con quale remora: il tesserino lo volevo. Volevo essere riconosciuta per quello che sentivo dentro e che volevo essere. Presa da dubbi amletici feci persino un master in giornalismo, per capire se effettivamente quello sarebbe potuto diventare il mio posto nel mondo. Sì, confermo che fosse la mia vocazione, volevo fare proprio quello. 

Rifiutai sempre le proposte non propriamente legali o nelle quali potevano crearsi situazioni a me scomode, perché sono convinta che se devo andare a fare un lavoro che include soprattutto il racconto della realtà e di quello che succede, non posso cominciare con una bugia. Il tesserino me lo sarei guadagnato, con le ore del mio lavoro e avrei anche affinato la mia tecnica con l’aiuto di giornalisti competenti, non concentrati unicamente in cose che non mi interessavano. Che ansia. 

“Purtroppo questa non è una testata giornalistica” – “Non potrai vivere di questo” – “L’editoria è in crisi” – “La carta stampata non conta più niente” – “Sei capace a scrivere in ottica SEO?” – “Le cose sono cambiate dagli anni ‘90” – “Sì, ma non ti pago”.

Quante volte abbiamo sentito queste frasi, pronunciate con disillusa fatalità, a sottolineare un fenomeno inevitabile, ovvio e immutabile?

Ho sempre saputo di voler diventare giornalista. Per questo, non mi sono mai data per vinta, e ho preso spunto da chi il tesserino già l’aveva: ho creato un portfolio che racchiudeva le mie collaborazioni, ho scritto una lettera a numerosissime testate giornalistiche esplicando le mie competenze le mie aspirazioni e di quanto fossi brava a lavorare in team e a risolvere i problemi nonché a girare video e a scrivere 200mila parole al secondo, ma la fortuna non girava dalla mia. 

Quell’estate lavoricchiavo saltuariamente, ma le mie finanze piangevano e soprattutto non stavo scrivendo per una testata giornalistica. Ero disperata. In un torrido pomeriggio di fine luglio venni contattata telefonicamente con una proposta ghiotta: seguire le partite della squadra della mia città, la Ternana, redigere un articolo alla fine di ogni partita e la relativa pagella. 

“Mi confermi che in questo modo dopo due anni di collaborazione posso ottenere il tesserino da giornalista?” – incalzavo, per avere la certezza di non stare sognando.

“Certo, c’è la possibilità” – rispondeva il ragazzo con voce ferma dall’altra parte del telefono – “Ti mando una mail con tutte le specifiche”.

Era fatta. Già immaginavo me, come Bruno Pizzul, commentare la partita, i tocchi della palla, i goal, le urla dagli spalti. E osservare tutto finalmente come una vera cronista. Finalmente. 

Passai un paio d’ore, a bordo piscina, a controllare di tanto in tanto la mail. Finché non arrivò. E con lei l’amara verità. Il messaggio conteneva due documenti: il primo, che ho letto piuttosto velocemente, raccontava in una pagina pdf la storia di quella testata, il progetto per l’anno calcistico a venire e blablabla. Il secondo documento, ben più interessante del primo, recava il titolo: INCENTIVI MOTIVAZIONALI PER GLI INVIATI. 

Purtroppo non sono un’ingenua e avevo già capito che il castello mentale che mi ero fatta si stava sgretolando come quando una pallonata colpisce una torre di sabbia. 

Avevo già accettato il lavoro, ero già entusiasta, di quali incentivi motivazionali avrei avuto bisogno? Cosa mi stavano nascondendo? Proseguii nella lettura, con gli occhi socchiusi come quando vai a cercare asparagi, alla ricerca della fregatura.

Era una lista alfabetica. Al primo punto veniva sottolineato, come incentivo, il fatto di ricevere l’accredito per le sole partite casalinghe (e quelle in trasferta?), diventando in automatico il referente principale della zona. Il fatto di essere referente veniva sottolineato orgogliosamente al punto c, mentre al punto d si parlava di -cito testualmente- “visibilità e prestigio”. Io non sono un’assidua frequentatrice dello stadio di Terni, ma sapendo di non stare alla finale della Champions League mi sembrava una sbrodolatura inutile e uno specchietto per allodole. 

Il punto g dell’elenco recitava quello che avevo chiesto all’inizio, ma era “possibilità” e non certezza, di iscriversi all’Albo dei Giornalisti dopo due anni di collaborazione. Mi sembravano sempre più chiare le parole scelte dal ragazzo col quale avevo parlato al telefono poco prima. Mi sentivo presa in giro e non potevo tollerarlo.

Il punto h, abbastanza irrilevante e inserito unicamente per fare numero, era sull’orma del punto e, descriveva semplicemente i compiti che avrebbe dovuto fare l’inviato in qualità di giornalista. Tutt’altro che un incentivo, sarebbe stata un’espletazione ordinaria del mio lavoro.

Nel punto i si comincia a parlare di soldi. E qui arriva il bello. Tra gli incentivi vari, il nome dell’inviato avrebbe avuto l’onore di figurare in un Almanacco, guadagnando la bellezza di un euro a copia venduta. Il tutto non prima di aver raccolto 1500 di pubblicità, la metà dei quali sarebbe comunque andata all’inviato, che ora, nel punto i, è chiamato infelicemente procacciatore.

Mi fermo per una piccola riflessione. La Ternana è una squadra di serie C e facendo qualche ricerca, il famoso procacciamento di pubblicità non è così semplice come appare. Mi spiego meglio: se ho un’attività a Terni e provincia, mi conviene spendere del denaro per farmi pubblicità per un sito che su facebook conta 10.911 seguaci e su instagram appena 134? 

Alla base di tutto, per un giornale online che vanta una carriera di oltre 30 anni e 20 di sito, che si fregia di ricevere oltre un milione di visualizzazioni al mese, perché mai dovrebbe chiedere ai propri inviati, con una preparazione prettamente giornalistica, di “procacciarsi” pubblicità? Ci sono figure preposte a questo tipo di lavoro, molto più preparate e brillanti di me. 

Senza contare che Terni sta vivendo un periodo di crisi imprenditoriale molto forte. Nel 2018, stando ai dati statistici del comune, a fronte di 695 nuove imprese, ben 1219 hanno chiuso i battenti, la maggior parte delle quali proviene proprio dal settore del commercio, che sarebbe stato quello che più mi sarebbe interessato contattare se avessi accettato di aderire a questo infimo gioco. 

Terni è anche una città dove il reddito medio ammonta a circa 20 mila euro, più basso rispetto a quello nazionale. Quindi per favore, lasciamo in pace i ternani. 

Con i brividi lungo le spalle, proseguo la lettura.

Se quella lista era talmente motivazionale che non aveva fatto altro che scoraggiarmi, l’ultima frase mi ha portato addirittura a pensare di lasciarla proprio perdere la storia del giornalismo. Il punto k dell’elenco è quello che ha definitivamente distrutto tutti i sogni che nel frangente di un’ora avevo fatto. Si sa, il tempo del sogno corre a una velocità decisamente minore di quello della realtà. E mentre al punto h mi ero abbassata a pochi metri da terra, col punto k sono letteralmente sprofondata. 

La famigerata lettera k degli incentivi motivazionali dedicati esclusivamente agli inviati recitava, perentoria: Se l’Inviato procaccerà almeno 200 euro di sponsor pubblicitario (da inserire nel libro, sia esso eBook che cartaceo, ma anche sul sito che vanta circa un milione d’utenti attivi al mese) nel corso dell’anno accederà a: versamento entro 15gg del 50% della cifra totale della pubblicità, e la somma delle spettanze derivanti dal rimborso spese per partita seguita (7.50 lordo a partita).

Nella mia esperienza di content editor ho lavorato sui dati di fruizione del sito, per analizzare i comportamenti degli utenti, le keyword principali di ricerca e ho studiato la tecnica di scrittura SEO. Ho sempre avuto un amore malato per l’analisi dei dati. Basta andare su piattaforme di misurazione del traffico per capire che il sito in questione non vanta circa un milione d’utenti attivi al mese: 

  • Nel giugno del 2019 c’è stata una frequenza di 242 mila utenti
  • Da gennaio il picco di utenza si è elevato solo a marzo (cioè quando il campionato stava finendo e molti giocavano le schedine) superando appena i 500 mila utenti

Ma poi, quel verbo orrendo. Procacciarmi? Il termine mi è stato antipatico fin da subito. I nostri antenati si procacciavano il cibo quando uscivano dalle loro capanne, i leoni si procacciano la loro gazzella quotidiana, Oliver Twist si procacciava il pane. Perché devo procacciarmi qualcosa che in fondo non dovrei fare? L’unica cosa che avrei dovuto procacciare sarebbe stato un articolo dal mio cervello. 

Per la legge italiana, il tesserino da giornalista viene concesso, secondo la legge n.69 del 1963, a chi effettivamente svolge attività giornalistica consecutivamente per due anni. In poche parole, se stai scrivendo per un sito devi controllare che in fondo ci sia scritto “testata giornalistica registrata al tribunale di” e il nome della città. Trascorso questo lasso di tempo, si fa richiesta di ottenimento del tesserino all’ordine dei giornalisti della regione di residenza. Nel mio caso è l’Umbria. Per diventare giornalista pubblicista devo aver pubblicato almeno 80 articoli nei quotidiani, almeno 70 per i settimanali, 60 per i quindicinali e 30 per i mensili. Inoltre dovrei attestare che in due anni la retribuzione sia stata continuativa e che io abbia percepito minimo 900 euro. 

Tutto questo va assolutamente a cozzare con quanto stabilito dalla lettera k. Non solo, tutto questo vanifica anche il punto g, ossia la possibilità, la lontana parvenza di poter diventare giornalista. 

Era tutta una farsa. E il bello, per quanto mi riguarda, era che non si trattava neanche della prima volta. E proprio perché ritengo questo livello di approssimazione davvero seccante che mi chiedo quanti aspiranti giornalisti come me sono dovuti sottostare a queste regole per ottenere il tesserino. 

Inoltre, nel documento non si parla mai di retribuzione per l’articolo ma di pubblicità, di marketing, di procacciamento, di spot. Non si parla di sport se non con una vena squisitamente economica, finalizzata al guadagno e all’ottenimento di qualche decina di euro da parte di un fornaio, di un commerciante, di un macellaio, di chiunque possieda un’attività. 

Sedevo a bordo piscina col telefono tra le mani, le gambe toccavano l’acqua fresca, ma in questo scenario idilliaco stavo gradualmente perdendo la mia tranquillità. Delle domande mi frullarono per la testa. Chi presterebbe del denaro per fare questo? Con quale coraggio sarei andata dalle persone a chiedere unicamente soldi per il mio articolo, per un sito che non arriva neanche a toccare 600mila utenti mensili? Quante bugie avrei dovuto inventare per ottenere 1500 euro di sponsor? Ma poi come si fa? Sarei stata io stessa in grado di vendere la mia integrità, la mia onestà e la mia faccia in cambio di una possibilità latente e neanche certa? Voglio diventare giornalista pubblicista o una procacciatrice? Voglio raccontare la verità o fregare il prossimo? È davvero così che voglio iniziare?

Io non ci sto. Immediatamente chiedo spiegazioni, sperando di aver capito male, di essermi sbagliata. Ricevo una chiamata dove il ragazzo alle mie domande non fa altro che rileggere il paragrafo e chiamarmi “procacciatrice”. 

  • Quindi, fammi capire, dopo due anni il tesserino come lo ottengo?
  • Come ti ho già detto, la parte economica è strettamente legata alla pubblicità. 

Ed è proprio in quel preciso istante che persi definitivamente la calma e con lei ogni altra speranza di varcare le porte del paradiso. 

  • Guarda, sto facendo il possibile per non arrabbiarmi, ma ti sembra normale proporre una cosa del genere? Io non voglio lavorare in questo modo. 
  • Senti, dai lasciamo perdere. Ciao.

Ed è proprio qui il punto. Non lascio perdere. 

La comunità online pone una forte enfasi sul marketing,. Come ho capito più tardi, c’è marketing e marketing, e comunque non me ne dovrei occupare personalmente perché a) è un altro tipo di lavoro b) non ne sarei in grado. Come aspiranti giornalisti, ci viene detto di essere attivi sui social media, di costruirci un blog, di trovare modi per portare il nostro lavoro di fronte a un nuovo pubblico e di sentirci a nostro agio nel venderci. Linkedin stesso è una piattaforma dove non si cerca lavoro, ma si fa personal branding. Per questo il tuo profilo deve essere sempre aggiornato. Bisogna sempre presentarsi nel modo migliore per risultare appetibili, o per usare un termine che va di moda, “sexy”. 

Ci sono centinaia di video su come presentarsi, come fare bella figura, come far vedere che siamo bravi a fare qualcosa e soprattutto dobbiamo essere in grado di quantificare numericamente questa bravura. 

Credo che focalizzarsi sull’apparire sia controproducente per il lavoro che stiamo creando. Nessuno comprerà un prodotto scadente ben commercializzato. La maggior parte del nostro tempo dovrebbe essere investita nella scrittura, perché è questo che abbiamo deciso di fare. Per il marketing esistono fior fiore di professionisti con capacità che aiutano il giornalista a pubblicizzare il sito per il quale lavora.

L’unico sforzo che ho intenzione di fare è lavorare di più per affinare la penna e far sì che, in un secondo momento, si generi il traffico di visualizzazioni, ricevendo commenti sinceri da lettori appassionati e persone a cui piace veramente il lavoro che faccio.

Davvero avrei venduto i miei articoli per un po’ di pubblicità? La risposta non è marketing. Non lo è mai stato. Il marketing è un validissimo alleato quando hai un prodotto che vale. Per questo è utile continuare a promuovere online il proprio sito e massimizzare i propri impegni pubblicizzando i contenuti, ma non deve diventare il punto principale. Il sito che mi ha proposto di fare marketing, ma che in realtà si occupa di calcio, ha totalmente perso di mira il pallone. 

Quando le persone leggono con piacere i tuoi contenuti realizzati con duro lavoro, perseveranza e impegno assoluto, ti supporteranno. E lo faranno non perché li hai ingannati usando clickbait o perché spammi, non perché si sono imbattuti solo nella tua storia Instagram sponsorizzata, e certamente non perché hai raccontato bugie per ottenere 200 euro di sponsor. 

Stiamo affogando in un mare di mediocrità, e la salvezza è rimanere integri. Ma anche senza tesserino da pubblicista. 

Perché la moda sostenibile è inevitabile

Vivienne Westwood, una delle più famose designer e attivista ambientale, ci esorta a: “Compra di meno. Scegli bene. Fallo durare”. Come non ascoltare un’icona della moda? Quindi, diventiamo più consapevoli della realtà in cui viviamo e del futuro che vogliamo vedere.

L’industria della moda, come tutte le industrie, inquina. Potrebbe essere un incipit piuttosto scontato, ma valeva la pena ricordarlo (non sono brava con gli incipit). La moda in questo secolo si muove più velocemente che mai, noi di moda non ne abbiamo mai abbastanza, vorremmo un appartamento solo per i nostri abiti!

Al fine di soddisfare la domanda incredibilmente alta di fashion, le aziende hanno ridotto i costi di produzione per accelerare il processo e far uscire mensilmente e settimanalmente cose nuove, ma ciò ha comportato che l’abbigliamento è diventato più usa e getta che mai.

La sostenibilità è diventata più di un semplice argomento caldo negli ultimi anni, poiché cresce l’attenzione intorno alla crisi del cambiamento climatico: si è trasformata in un fenomeno globale. Sebbene esistano molti tipi diversi di inquinamento, derivano tutti dalla stessa fonte: il consumo di merci. La cultura del consumo che domina la cultura occidentale ha portato a livelli inimmaginabili gli habitat naturali, portando molte aziende a ripensare le proprie pratiche e iniziare a implementare soluzioni sostenibili.

Per essere progressisti nel settore della moda, bisogna diventare sostenibili. Icone come Stella McCartney hanno trasformato le loro identità in qualcosa di molto più rispettoso per il pianeta Terra. Questo è l’ideale perché il cambiamento climatico è una questione sociale di primo piano, e il fast fashion è destinato a scomparire dal radar di chiunque. Lo sanno benissimo H&M e Zara che in questi anni pubblicizzano spesso la loro linea di abiti con tessuti riciclati e ultrasostenibili. Alcuni marchi più piccoli hanno portato la moda sostenibile in primo piano. Vantando un lavoro etico e materiali di provenienza adeguata, alcuni di questi sono decollati come Reformation e Girlfriend Collective e hanno avuto un enorme successo. In un certo senso, hanno aperto la porta a una versione del capitalismo sostenibile.

H&M ha anche un lato oscuro (e se si osserva bene non si capisce sempre da dove provengano i tessuti della linea Conscious). Un rapporto di Vox ha affermato che la società aveva “bruciato oltre 60 tonnellate di vestiti nuovi e invenduti dal 2013”. CBS News ha anche rivelato nel 2018 che il magnate del fast fashion rifornisce anche tutti i suoi negozi ogni lunedì, mercoledì, venerdì e domenica attraverso una pratica aziendale chiamata “assortimento dinamico”.

Il mondo sta combattendo il cambiamento climatico, e molte aziende devono essere rapide a reagire. Le aziende del lusso come Louis Vuitton e Gucci stanno ora avviando incentivi più sostenibili. Chiaramente non vogliono perdere il loro pubblico, più attento alle tematiche ambientali.

Questo è un problema fondamentale per la maggior parte dei negozi di abbigliamento fast fashion economici. Per mantenere i loro prezzi bassi, devono creare linee di abbigliamento che siano sostenibili in modo economico, e questo è un punto davvero difficile da smarcare.

Non c’è dubbio che la moda sia un grande affare al giorno d’oggi e il suo ruolo nell’economia globale è gigantesco, con un fatturato mondiale stimato oltre 1.500 miliardi di euro. E questi numeri potremmo accettarli senza problemi se tutta questa crescita dell’industria della moda non arrivasse a costi ambientali e sociali elevati.

L’industria della moda è uno dei maggiori inquinatori con un uso incontrollabile di acqua, massicce emissioni di CO2 lungo la catena di approvvigionamento, uso di prodotti petrolchimici e cattiva gestione dei rifiuti. Il fast fashion che presenta capi di abbigliamento economici prodotti rapidamente in risposta alle ultime tendenze ha avuto un impatto sull’ambiente. Microfibre di plastica dannose da tessuti in poliestere, camoscio artificiale e tessuti economici, nonché sostanze chimiche pericolose utilizzate per la tintura dei vestiti. La produzione di cotone inoltre non è priva di costi ambientali ed è associata all’esaurimento delle risorse di acqua dolce. Il fast fashion ha inoltre altre problematiche legate al mondo etico dei lavoratori, perché non dà la priorità a salute e sicurezza, salari dignitosi, benessere e condizioni di lavoro, problemi di lavoro forzato, diritti dei bambini. D’altronde, se tutte queste condizioni fossero soddisfatte, non arriveremo mai a pagare un top 9.99 euro.


Di chi è la colpa?

C’è un certo numero di aziende di moda che hanno iniziato il loro viaggio verso la sostenibilità e l’industria ha già celebrato la moda riciclata. Nel 2018 abbiamo assistito a un miglioramento del 5% di aumento medio del livello di trasparenza dei marchi e dei rivenditori rispetto al 2017. Ma è sufficiente? La Fashion Revolution ha lanciato la campagna Who made my clothes? al fine di incoraggiare marchi e rivenditori a “rispondere con l’hashtag #imadeyourclothes e dimostrare trasparenza nella loro catena di fornitura.

Ma dovremmo mettere in discussione solo marchi e rivenditori? Apparentemente no. I consumatori, pur essendo consapevoli delle questioni ambientali, sociali ed economiche, possono ostacolare questo processo perché preferiscono comprare abbigliamento a buon mercato perché alla base c’è una convenienza economica che non può essere non considerata.

Ci sono buone notizie. Secondo una ricerca del 2015 del Global Corporate Sustainability Report di Nielsen, il 73% dei Millennial è disposto a spendere di più per un prodotto se proviene da un marchio sostenibile. Quando si parla di moda, secondo il sondaggio sui consumatori del 2018 di Fashion Revolution, che ha incluso 5.000 persone di età compresa tra 16 e 75 anni nei più grandi mercati europei (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna), più di una persona su tre prende in considerazione il sociale (38%) e impatto ambientale (37%) quando si acquistano vestiti.

Ma cosa significa “capitalismo sostenibile”?

Con milioni di capi di abbigliamento già sul pianeta, studi recenti come quello dell’autore Adam Minter sostengono che l’opzione più sostenibile è in realtà quella di acquistare di seconda mano. In un mondo di abbondanza, la creazione di ulteriori articoli di abbigliamento, anche se provenienti da fonti e prodotti sostenibili, non fa che aumentare la quantità di indumenti in discarica. Egli osserva che “un negozio dell’usato medio negli Stati Uniti vende solo circa un terzo della roba che finisce sui suoi scaffali”. Cosa succede agli altri due terzi? In genere finisce per essere incenerito o bloccato in una discarica. Che peccato!

Perché non stiamo adottando misure più immediate per affrontare la nostra crisi climatica?

Partendo dal presupposto che le aziende vogliono trarre profitto e i consumatori vogliono essere più attenti all’ambiente, perché le politiche sostenibili non vengono implementate più rapidamente nella nostra società? Un grande argomento contro di esso è semplicemente il costo di conversione.

Tuttavia, uno studio di Greg Kats ha suggerito tutto il contrario per quanto riguarda gli edifici verdi e il design. Egli osserva che “una rapida transizione verso l’inverdimento e un profondo miglioramento dell’efficienza energetica sono altamente convenienti…una rapida transizione verso il design ecologico sarebbe un grande creatore di posti di lavoro, rafforzerebbe la sicurezza degli Stati Uniti e avrebbe grandi benefici per la salute”.

Numeri a parte, c’è indubbiamente un approccio moralistico alla questione in quanto le gigantesche società hanno quantità incredibili di denaro e potere. Pertanto, hanno un’enorme influenza sulle normative e influenzano la nostra cultura dei consumatori e, in un certo senso, hanno anche l’obbligo di compiere un forte sforzo per affrontare la crisi climatica.

Il capitalismo sostenibile è solo un sogno irrealizzabile?

Nell’ipotetica economia di Schweikart, la concorrenza non sarebbe così intensa, consentendo “alle imprese di competere per la quota di mercato, ma non per il dominio del mercato”. Idealmente, ciò consentirebbe alle imprese di potersi spingere a vicenda per guidare l’innovazione, riducendo anche l’intensità dell’attuale cultura del consumo del capitalismo.

Schweikart osserva che “è fondamentale disporre di un sistema che offra incentivi al non consumo per la propria attività”. Nell’attuale società capitalista (e con riferimento al Capitale di Marx), le imprese sono meno incentivate a fornire ai lavoratori più tempo libero poiché il tempo è denaro. L’intensa attenzione al profitto complessivo ha portato a una cultura del lavoro tossica, in cui l’obiettivo principale non sono più i lavoratori umani ma il denaro.

Sebbene lo scenario di Schweikart sia idealistico, alla fine sostiene che sono necessarie una riforma e una rivoluzione economica affinché la società possa davvero prosperare nel mondo moderno in cui viviamo oggi.

Schweikart sfida i lettori ad essere più scettici sulla possibilità, tuttavia, che è il quadro più ampio di ripensare la sostenibilità lavorando a fianco del capitalismo e viceversa.

La prospettiva di speranza di Schweikart offre un barlume di speranza per l’umanità. Nel compiere passi verso un futuro più verde e più sostenibile, i consumatori nella posizione finanziaria di scegliere dove vanno i loro soldi quando acquistano prodotti o servizi devono rimanere scettici riguardo a ciò che i loro soldi stanno effettivamente acquistando: sta supportando un marchio che crede nella sostenibilità, o uno che lo usa solo come pubblicità?
Questo, ovviamente, si rivolge solo a coloro che avranno i mezzi per sostenersi nel mezzo di una crisi climatica.

Sebbene l’idea dei consumatori che controllano il mercato sembri allettante, alla fine non riesce a soddisfare le esigenze di molti individui a basso reddito che non hanno il lusso di scegliere quali marchi supportare. Detto questo, questo movimento di ripensamento del capitalismo e della sostenibilità richiede anche che le società più grandi nel loro insieme ripensino a ciò che conta di più: profitto o persone? Non ci sarà profitto se non ci sono persone.

Il 2020 è l’anno peggiore della storia dell’umanità?

metro vuota

Il 2020 è già stato immortalato nelle nostre menti, e ammettiamolo, non vediamo l’ora che finisca. È un anno che nessuno dimenticherà. Tuttavia, quando si parla del peggior anno registrato nella storia umana, ce ne sono molti tra cui scegliere:

  • Nel 1349 la peste nera uccise metà della popolazione europea.
  • Nel 1520 il vaiolo devastò le Americhe e uccise tra il 60 e il 90 per cento degli abitanti originari dei continenti.
  • Nel 1918 l‘influenza spagnola portò alla morte di oltre 50 milioni di persone.
  • L’ascesa di Hitler nel 1933 è spesso considerata il punto di svolta nella storia moderna

Sembra che gli storici siano unanimi nella loro scelta. Il titolo dell’anno peggiore della storia è facilmente vinto dall’anno 536 d.C.

Lo storico medievale Michael McCormick ha affermato che “fu l’inizio di uno dei periodi peggiori in cui vivere, se non l’anno peggiore”. (Science Magazine, Ann Gibbons, 2018).

Perché proprio il 536

L’anno è iniziato con una nebbia densa e inspiegabile che si è estesa in tutto il mondo che ha immerso nell’oscurità l’Europa, il Medio Oriente e parti dell’Asia 24 ore al giorno, per quasi 2 anni. Pensate cosa voleva dire, in secoli dove non c’era l’elettricità e molti benefit di cui godiamo oggi.

Di conseguenza, le temperature globali sono crollate, provocando il decennio più freddo in oltre 2.000 anni. La carestia era dilagante e i raccolti andarono a male in tutta Europa, Africa e Asia.

Sfortunatamente, il 536 d.C. sembrava essere solo un preludio a un’ulteriore miseria. Questo periodo di freddo estremo e fame causò un disastro economico in Europa e nel 541 d.C. un’epidemia di peste bubbonica portò ulteriormente alla morte di quasi 100 milioni di persone e quasi la metà dell’Impero bizantino.

Questa parte del sesto secolo è stata ampiamente chiamata Età oscura, ma la vera fonte di questa oscurità era stata precedentemente sconosciuta agli studiosi.

Recentemente, i ricercatori guidati da McCormick e dal glaciologo Paul Mayewski, hanno scoperto che un‘eruzione vulcanica in Islanda all’inizio del 536 ha portato alla diffusione di quantità incredibilmente grandi di cenere in gran parte del globo, creando la nebbia che gettava il mondo nell’oscurità. Questa eruzione è stata così immensa che ha alterato il clima globale e ha influenzato negativamente i modelli meteorologici e la coltivazione delle colture per gli anni a venire (antichità).

Etichettare ogni nuovo anno come “l’anno peggiore della storia” è diventata una sorta di moda di questi tempi. Dovremmo guardare indietro all’anno 536 d.C. e apprezzare quanto siamo fortunati a non aver vissuto in un’epoca in cui il mondo era veramente nell’oscurità.

Come decidere cosa fare della tua vita

Hai una crisi esistenziale? Benvenuto nel club.

Vuoi capire cosa fare della tua vita e per puro caso sei arrivato in questa pagina di un blog sconosciuto con un titolo piuttosto pretestuoso.

A volte hai tantissime opzioni, forse troppe. Troppe cose che ti piacciono, o addirittura ci sono cose che ti piacciono ma ti sembra impossibile, addirittura oltraggioso, sfiorare quell’idea, perché gli ostacoli sono troppi, e tu non sei Superman. Vuoi prendere una decisione, ma non vuoi prendere quella sbagliata perché, se lo fai, ti sentirai come se avessi perso un sacco di tempo.

Paradossalmente, continuare a pensare a cosa fare della tua vita senza effettivamente fare qualsiasi cosa, fa perdere tempo anche a te. Perciò, vorrei provare a facilitarti la strada perché nulla è più prezioso come il proprio tempo di vita.

Ecco quello che in questi anni ho capito su come trovare il proprio percorso nella vita.

Miliardi di scelte

Quando stai cercando di capire cosa fare della tua vita, ricorda che l’essere umano non ha sempre avuto il lusso di scegliere.
Per esempio, se fossi cresciuto in una fattoria nel tredicesimo secolo, saresti diventato un contadino, esattamente come tuo padre, tuo nonno e così via.
Alcune generazioni fa, probabilmente avresti lavorato in un’industria se eri un uomo oppure rimanevi a casa se eri una donna.

Oggi le cose, per fortuna, sono totalmente diverse. Le persone cambiano carriera come i vestiti, e forse è proprio questo che ci spaventa. Internet ha ampliato enormemente il possibile spazio di carriera. Molte persone non l’hanno ancora capito. Detta così, non dovrebbe esserci bisogno di tanta angoscia nei tempi in cui viviamo, eppure sembra esserci. Perché?
Potrei avere una spiegazione.

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Qual è il tuo scopo nella vita?
Qual è la tua passione?
Queste domande inviano granate al cortisolo in tutto il corpo quando ci pensi troppo a lungo. È positivo che le persone tendano a desiderare più significato nella loro vita, ma ci sottoponiamo a troppe pressioni per trovare la nostra strada.
Inoltre, l’idea di “cercare” la tua passione o il tuo scopo sembra un progresso. Non lo è. Più tempo passi a pensare e riflettere invece di fare, più ti allontani dalla tua passione.
Le persone spesso lo considerano come “non pensare affatto al tuo futuro”, ma significa in realtà smettere di pensare troppo alle cose.
È utile pensare a cose come la passione e lo scopo per darti motivazione nel breve periodo. Ma c’è il rischio che questo pensiero possa rapidamente trasformarsi in “masturbazione mentale”. Sei più concentrato sulle tue fantasie che su come fare il lavoro perché non sai come cominciare

È facile pensare a un nuovo percorso che vuoi intraprendere nella tua vita. È difficile mettere un piede in avanti, poi il secondo, e ripeterlo per tutto il tempo necessario, perché probabilmente non sappiamo come si fa né come si inizia.

La formula per capire cosa fare della tua vita

I primi passi per capire cosa fare della tua vita sono semplici.
Segui la tua curiosità e scopri in cosa sei bravo.
Ecco alcune semplici idee da usare:

  • Cosa ti piaceva fare quando avevi 14 anni?
  • Incrocia i tuoi punti di forza e la tua personalità con carriere e percorsi

Fare il lavoro che mi piace, sperimentare gli alti e bassi e voler ancora andare avanti dopo che i bassi quasi mi schiacciavano, mi hanno aiutato a capire che era quella la strada che volevo continuare a fare.

La verità è che non siamo nati Mozart, e molto probabilmente le prime volte che facciamo qualcosa farà veramente schifo. I miei primi articoli hanno avuto una quantità di critiche e segni in rosso che mi rendevano nervosa. Sono stata spesso scoraggiata persino dalle persone più vicine a me perché ho scelto una strada difficile, ben lontana dal concetto, ormai vetusto del “entri in azienda a 18 anni e ne esci per la pensione”.

Scopri il tuo interesse per qualcosa e fallo male per un po’

Mentalmente, vogliamo garanzie, certezza, sicurezza, un senso di facilità. Ovviamente. Non vogliamo mettere tutte le nostre energie in qualcosa e fallire perché non c’è nessun posto dove andare da quel punto e non abbiamo un piano B – è spaventoso da morire.

Se c’è una cosa da aggiungere a questo punto, è proprio questo: la maggior parte delle cose belle della tua vita verranno dopo un periodo di disagio.

Tu, più o meno, sai cosa fare della tua vita. Non lo stai facendo solo perché hai paura.
Ecco il punto, però. Se trovi qualcosa che ami, devi essere aperto al dolore.

Quando ti sposi, essenzialmente stai dando il tuo cuore a qualcun altro e confidando che non lo spezzerà. Sappiamo tutti che questo accordo non sempre funziona, ma lo accettiamo comunque perché il positivo supera il negativo.
È lo stesso quando si tratta di un percorso di vita reale o di una vera vocazione.
Accontentarsi di una vecchia carriera che ti sta stretta equivale a uscire con qualcuno che sai che non sposerai mai. Ti senti bene, ma hai la sensazione che potrebbe esserci di meglio per te.

La gabbia chiusa della società

Scegli cosa vuoi fare, non lasciare che qualcun altro lo scelga per te. Se sei ossessionato dai numeri e vuoi davvero essere un contabile, sii un contabile. Non esserlo perché pensi che sia quello che dovresti fare.

Prima di avere qualsiasi tipo di passione nella vita, dovrai disimparare tutte le regole sulla vita, le carriere, il successo, lo status e tutte le altre lezioni sociali che ti sono state imposte. Diversamente, continueresti a fare cose che odi per comprare cose che non vuoi e per impressionare le persone che non ti piacciono. Le persone rimangono intrappolate in questa situazione per tutto il tempo della loro brevissima esistenza.

Il tuo problema non è capire cosa fare della tua vita. È una mancanza di azione.
Se vuoi scrivere, inizia a scrivere: posiziona ripetutamente le dita su una tastiera.
Vuoi iniziare una no profit? Vai volontario.
Vuoi programmare? Segui informatica all’Università.

Questo tipo di azione credo che sia la chiave per capire cosa fare della tua vita.